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Il repurposign (riposizionamento) di farmaci, è una strategia che consiste nell’usare farmaci già testati e approvati, quindi sul commercio, per curare malattie diverse da quella per cui erano stati sviluppati e creati.

Inizialmente ciò avveniva per una scoperta casuale (serendipity) nei trail clinici o con farmacovigilanza, caso più famoso il Viagra (pfizer), ma negli ultimi 10 anni si è cercato di usare un approccio più strutturato e non sul caso. In particolare nel 2012 si è sviluppato un processo per fare repurposing di farmaci:

  1. identificazione di molecola candidata con nuovo “scopo”, si parte quindi dal farmaco già in commercio e si fanno saggi in vitro relativi alla patologia che si vuole trattare, oppure si cerca di confrontare le “firme” (caratteristiche uniche) che un farmaco provoca nelle cellule o basarsi sugli effetti secondari prodotti, o ancora in base a strutture chimiche simili.
  2. valutazione dell’efficacia del farmaco in modelli preclinici (animali)
  3. valutazione dell’efficacia del farmaco sull’uomo (trial clinici)

Il processo di sviluppo di un nuovo farmaco è dispendioso in termini di tempo, denaro e ha un’altra probabilità di fallimento.

fonte N.D.

La strategia di repurposing, invece permette di diminuire i costi (molti test si possono evitare e anche la parte di scoperta iniziale del farmaco) e soprattutto le tempistiche. Importante però segnalare anche gli svantaggi, ossia le implicazioni date dai brevetti dei farmaci da riposizionare, si deve quindi modificare la formulazione, individuare nuova posologia o cambiare produzione così da “aggirare” la copertura del brevetto che altrimenti non permetterebbe la commercializzazione.

fonte N.D.

Per esempio, per scoprire farmaci contro il Covid-19 si è pensato di riposizionare farmaci già sviluppati per Ebola (Remdesivir, antivirale) o influenza (Umiferovir, antivirale approvato solo in Russia) o proprio per patologie diverse, come forme di cancro o malattie renali (Camostat, inibitore di serinproteasi).